VIVIANA VIVIANI – IL CANTO DELL’ANATROCCOLO –

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Ferrarese di nascita, ma bolognese per ragioni di ufficio giornaliero, Viviana Viviani è certamente una voce interessante della nuova narrativa italiana. Tralasciando l’aggettivazione pleonastica a chi ne fa un mestiere – penso al grande sciupio di parole vacue e commoventi – limiterò la pratica del complimento dando per scontato che i veri giudici siano il tempo e i lettori.  Non a caso Viviana Viviana è persona umile e genuina. Il suo romanzo d’esordio, edito dalla piccola ma dignitosa Corbo di Ferrara, è stato  oggetto di una discussione che ci siamo fatti qualche tempo fa. Ve la riporto di seguito.

Il poeta polacco Czelaw Milosz diceva che quando in una famiglia nasce uno scrittore quella famiglia è finita. Ti ritrovi in questa definizione o pensi che la genesi di un autore possa comportare rischi diversi se non addirittura maggiori?


Credo che la genesi di un autore derivi dai propri conflitti. Quelli familiari non sono gli unici, ma di certo sono molto frequenti: la letteratura è piena di genitori terribili, penso alla Lettera al padre di Kafka, al padre-padrone de I fratelli Karamazov, alla madre hippie irresponsabile de Le particelle elementari di Houellebecq e andando indietro fino a Medea. D’altra parte, come dice Tolstoj, “le famiglie felici si rassomigliano tutte, ogni famiglia infelice, invece, lo è a modo suo”, e se in una famiglia nasce uno scrittore questa non sarà forse finita, come dice Milosz, ma di certo ci sarà un alto rischio che venga messa in crisi nelle sue certezze. La scrittura può contenere anche una forte pulsione vendicativa nei confronti delle persone che ci hanno più fatto soffrire, di solito le più vicine, quindi genitori, fratelli, compagni, e può essere in questo senso liberatoria. Non credo si debba però eccedere nell’autobiografismo o saccheggiare con troppo furore il proprio privato: un personaggio diventa tale quando l’abbiamo reso il più possibile altro da noi.

Nel tuo romanzo, la protagonista si inventa l’esistenza di amici immaginari che chiama Oprini per scappare dal mondo reale che la circonda. Un espediente spesso utilizzato in letteratura. Quanto ti ha giovato la cosa per progettare l’intero impianto narrativo?


L’idea degli Oprini viene da molto lontano, tanto che erano davvero gli amici immaginari della mia infanzia, proprio con questo nome. La storia di Arianna, la bambina che inventa amici amici immaginari per sfuggire all’eccessivo controllo e conformismo dei genitori, si intreccia a quella di Rosa, l’adolescente bella e inquieta che lascia morire d’infarto il padre-padrone, diventando subito dopo allergica alla pelle degli uomini. In entrambe le storie realtà e fantasia si sovrappongono: Arianna ritroverà, nel corso della sua vita, segnali della presenza dei suoi Oprini, come fossero angeli custodi, e Rosa si chiederà a lungo se la propria malattia dipenda dal senso di colpa per il mancato soccorso al padre morente o da una maledizione che lui le infligge dall’aldilà.

 

viviani4Il canto dell’anatroccolo, opera prima: quanto tempo hai impiegato per concepire l’idea e quanto te ne è servito per scriverlo?

Del primo romanzo è difficile dire quando sia nata l’idea, forse si ha dentro da sempre, almeno in parte, mentre la realizzazione è durata un paio d’anni.

I tuoi personaggi sembrano soffrire una mancata realizzazione personale. Alvise, ad esempio, che vuole fare lo scrittore e va a sbattere contro i muri di un’ambizione ipertrofica. Oppure Rosa col suo corpo fatato e tuttavia inabile al piacere a causa di una malattia. C’è l’esatta metafora dei nostri tempi, ne convieni?

Credo che realizzare pienamente se stessi sia sempre stato difficile in tutte le epoche. Ora viviamo un periodo di effettiva crisi di molte certezze, ma ci sono stati tempi in cui per la maggior parte delle persone il problema della realizzazione personale nemmeno si poneva: bisognava sopravvivere, e basta. Credo quindi che l’insoddisfazione sia proprio tipica della condizione umana, a prescindere dal momento storico. Nel personaggio di Alvise, che si sente uomo straordinario dostoevskijano senza esserlo, c’è il rapporto tra arte e vita, il desiderio di una fama che renda immortali a costo di sacrificare l’esistenza propria e altrui. Rosa invece è metafora di un percorso femminile di liberazione dai sensi di colpa atavici e dall’oppressione sessuofobica che spesso, ancora ai nostri tempi, inizia proprio in famiglia.

Il tuo romanzo è stato pubblicato nella collana diretta da un’eminenza della letteratura italiana, ovvero Roberto Pazzi. Non è poco, mi pare. Hai qualche aneddoto da raccontarci in questione?

Ho conosciuto Roberto Pazzi qualche anno fa al corso di scrittura creativa che tiene periodicamente a Ferrara e gli ho proposto il mio manoscritto per la collana Isola Bianca, che dirige e cura per Corbo Editore. Gli sono molto grata di avere accettato e apprezzato il mio testo, poiché oggi è davvero difficile per un esordiente estraneo all’ambiente editoriale ottenere anche solo di essere letto da un addetto ai lavori; inoltre Corbo è un editore piccolo ma molto serio, oltre che un nome storico a Ferrara.

Nella vita di tutti i giorni sei un ingegnere, il che porterebbe erroneamente a pensare che tale occupazione allontani dalla scrittura intesa quale arte non subordinata al metodo scientifico. Ci spieghi un po’ meglio come funziona la cosa?

Ho sempre amato la letteratura, ma sono felice di avere le basi della cultura scientifica, trovo che faccia bene anche alla scrittura: aiuta a costruire il testo in modo razionale, a fare in modo che ogni parola sia “necessaria e sufficiente”, come si dice nei teoremi matematici. Se ripenso ai miei temi del liceo erano molto più “sbrodoloni”.

viviani5Secondo te che ruolo dovrebbe avere – oggi – l’intellettuale nel nostro Paese?

Tradizionalmente i veri intellettuali sono sempre stati quelli del dissenso, della critica alla società e al potere, mentre degli intellettuali di regime raramente rimane un ricordo positivo. Credo che ancora oggi ci si aspetti dall’intellettuale che sappia cogliere e trasmettere una visione della realtà più lucida e profonda di quella che l’uomo medio può acquisire con i propri mezzi, ritengo però che oggi siano più complicate sia la distinzione tra regime e dissenso che quella tra intellettuale e uomo medio, grazie alla grande potenza della rete. Internet ci ha resi tutti opinionisti e potenziali intellettuali, e se questo può portare caos e dispersione, d’altra parte è un’immensa forma di libertà che mai dovrà essere limitata o contrastata.

Hai già in mente qualche nuova opera? Senza anticiparci nulla, perché ritengo importante una sorta di scaramanzia in quello che si fa, quali sono le tue ambizioni?

Ho un’idea per un secondo romanzo, stavolta con un tocco di fantascienza, e per ora mia ambizione è riuscire a realizzarlo, anche se il tempo lasciato dal lavoro non è molto. Scrivere mi rende felice di per sé, anche se devo ammettere che vedere il proprio libro pubblicato e sentirsi chiamare “scrittrice” è un’emozione impagabile.

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