CAP.5 – PAGA CHE TI PUBBLICO: STROZZINAGGIO EDITORIALE NELL’ERA METTERNICH 2.0

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18 thoughts on “CAP.5 – PAGA CHE TI PUBBLICO: STROZZINAGGIO EDITORIALE NELL’ERA METTERNICH 2.0

  1. anna ha detto:

    Sottoscrivo tutto, anzi, aggiungo di più. Nel prezzo è incluso l’editing, la presentazione del libro, la fantomatica distribuzione, il tutto accompagnato da una promessa a partecipare a premi letterari. E’ necessario un piccolo investimento iniziale per raggiungere la notorietà certa. :-). Complimenti per le belle immagini.

  2. 23061972 ha detto:

    Great!!!

  3. Un fantasma o un Mago? Una figura “scura” che svela il dietro alle quinte della rappresentazione dannunziana, l’eleganza dell’omino bianco. In questo lunedì, le immagini segnano prima delle parole: sotto il frontone, con qualche copia dell’Uomo che ride, Jocker, c’è il cordolo EAP, employee assistence program e una finestra quasi spalancata; in primo piano alle vecchie imposte, pile di libri e nell’oscurità della stanza, il volto del ragazzo che grida: queste cose le conosco pure io, ma davvero stavano così già ai tempi tuoi?
    Sì, caro Fiasca, sull’editoria ci sembra (a noi lettori) di conoscere davvero tutto; se ne parla sui blog,sui giornali, nelle occasioni dei premi, degli eventi e delle fiere ma non solo, estenuanti e infinite trattazioni, che promuovono rifiuto (alla lettura) e autismo comunicativo (per quanto mi riguarda). Ma l’impressione diffusa è che “degenarazione” e “malcostume” siano conseguenze dei tempi, compulsivi e aizzati. il troppo stroppia qualità e autenticità, invece no. Era così già prima della grande “massa”, forse da sempre…
    Aspettiamo curiosi

  4. Elisa ha detto:

    Che scrittura elegante, sobria, cristallina. Una grazia a cui non sono più abituata.

  5. laura privileggi ha detto:

    Che tristezza, la realtà è questa però, oggi più di ieri. Io scrivo per un piccolo giornale di provincia e le cose non sono molto diverse per noi giornalisti. Se vuoi che le tue notizie vengano pubblicate, anche le più urgenti, le più importanti, devi dire che non ti interessano i soldi, che lavori per passione e che ti piace scrivere. Il giorno dopo vedi il tuo pezzo in prima pagina e sei felice. E’ giusto?

  6. Mimmo ha detto:

    Anch’io sottoscrivo tutto e vorrei lasciare la mia testimonianza a riguardo.
    Io non ho fatto l’università, e non ho fatto neppure il liceo: mi sono fermato alla terza media (frequentate part time con il lavoro). Mi è sempre piaciuto leggere, e mi è sempre piaciuta l’idea di poter raccontare. Molte volte c’ho provato, e molte volte ho distrutto ciò che avevo scritto perchè pensavo: “ma chi vuoi che ti prenda considerazione”. Ho tirato così fino a una decina di anni fa, fino a quando una persona, che ha letto un mio racconto, mi ha detto che possedevo “una buona capacità narrativa”. Poiché si trattava di una persona seria, ho fatto un pieno di fiducia e ho scritto diverse cose. A un certo punto mi sono detto “perchè non un libro?”, fu così che mi misi al lavoro su una storia. Confezionai il mio manoscritto, dopo averlo letto e riletto molte volte, e dopo averlo fatto leggere a qualcuno a me vicino. I giudizi furono incoraggianti e mi convinsi di ricercare il modo di pubblicarlo. Una mia conoscente mi presentò una signora che fa l’agente letteraria per una casa editrice con sede in Puglia: “guarda sei fortunato il sig. … passerà a trovarmi tra qualche giorno… abbiamo una presentazione alle Giubbe Rosse… (è un rinomato locale di Firenze dove vengono organizzati eventi letterari di grande risonanza), la presentazione del tuo libro la faremo la, vedrai…”. Duemillasettecentocinquanta euro per centocinquanta copie personali. “Guardi io sono un operaio…” ” me li dai a rate… non appena hai finito di pagare stampiamo, presentiamo, promuoviamo…”. Così altri tre editori. Naturalmente rinunciai mandandoli tutti al diavolo. A quello che avevo scritto però ci tenevo e così dopo una ricerca sul web lo pubblicai con la formula Print on demand. Orgoglioso di quello che avevo realizzato per me stesso, mi dissi, ma in cuor mio speravo in qualche riconoscimento. Una speranza vana, in quanto, a parte la cerchia di amici e conoscenti e qualche temerario, il mio libro è stato letto da non più di cento persone. Quell’esperienza ha frenato la mia voglia di scrivere per un bel pò di tempo convinto che non avrei mai saputo veramente se ciò che avevo scritto fosse una ciofecata o qualcosa di buono. Non bastano i complimenti di qualche decina di persone che ti vogliono bene. Tuttavia non mi sono arreso e ho ripreso a scrivere. Qualche concorso con racconti brevi, e un blog così tanto per, senza grandi aspettative, e una grande occasione con un gruppo di scrittura su Anobii. Grande occasione perchè con loro ho capito alcuni dei miei limiti e altri, ne sono convinto, ne capirò. Per concludere auguro a tutti coloro che amano scrivere di non lasciarsi abbagliare da facili promesse. Il sogno, se tale deve essere, non deve diventare incubo. Grazie per l’ospitalità.

  7. Emanuele ha detto:

    La vanita’ di chi scrive e’ il vero strozzino. La vanita’ rende imbecilli. Ovvio che ci siano in giro squali e squalotti che ci lucrano, su questa vanita’. Attenzione, pero’, anche ad alti livelli e secondo modalita’ ben piu’ raffinate del grottesco signore qua sopra rappresentato (chi cade nelle trappole cosi’ palesi di costui o di analogo, merita di caderci, non ha attenuanti).

  8. “la vanità rende imbecilli” mi fa venire in mente Achille Occhetto, che della vanità (sua) ne faceva un vanto; peccato, debolezza venialissima che fa pure bene. Lo scrisse anche in un libro di memorie (sic!), memorabili le pagini dedicate alla sua Tata. Qualcuno di voi se lo ricorda? Lui e la tata dal pelo nero.Che incredibili stupidate, Come del resto gli slogan o i motti politici “imposti” e poi “naturalmente” condivisi dalla sua base; la cosa, la gioiosa macchina da guerra e il moto centrifugo permanente… Sì lanciò pure quell’immagine, di una motoretta che scoppietante di miscela avrebbe dovuto circoscrivere il centro del potere…. Va be’ torno alle mie faccende, a dopo.

  9. laura privileggi ha detto:

    Caro “volevofarelattacante”
    Scrivo per passione come dici tu, faccio questo lavoro da molti anni. Quando rileggo i miei modesti articoli, sento di aver fatto qualcosa di utile perchè ho comunicato agl’altri quello che sta succedendo nel territorio di cui mi occupo (gli argomenti sono spesso diversi fra loro). Non capisco sinceramente l’esigenza di Mimmo, quando dice “il mio libro l’hanno letto in pochi, ho bisogno di un vasto pubblico per capire se ho scritto delle banalità”. Si scrive innanzitutto per se stessi, il senso d’appagamento deve venire dal profondo di noi. A quel punto puoi mettere la parola fine al tuo articolo, racconto o libro. Allora sei soddisfatto, senza l’approvazione di nessuno (purtroppo, anche senza essere pagato a volte!) è una sensazione stupenda Mimmo, mi sembra di aver capito che non l’hai ancora provata.

    • Il confronto è fondamentale e non occorre cercarlo necessariamente fra la gente. C’è un esercizio molto più semplice e gratificante per capire se ciò che si scrive ha un valore oppure no, a prescindere dal giudizio del cugino o della fidanzata: la lettura. La formula è pressappoco questa: tutti possono scrivere un libro. Non tutti – però – possono scrivere un buon libro. Chi scrive un buon libro deve aver letto almeno cento volte un libro buono o cento buoni libri. Chi scrive un capolavoro ha una sola possibilità: leggere tanti libri quanti ne servirebbero per coprire la distanza che separa la nascita dall’affermazione del talento, in pratica una vita intera. Spero di non essermi incartato.
      In Italia poi,il problema è che gli scrittori superano di gran lunga i lettori. Ciò deve far riflettere sul meccanismo oscuro delle vanità, e sull’incapacità di accettare la misura dei propri limiti. Quando questi vengono addirittura scavalcati utilizzando denaro e potere, assistiamo alla crisi della cultura e all’affermazione del prodotto sul contenuto.

    • Mimmo ha detto:

      Infatti, Laura, nella parte finale della mia testimonianza, credo di aver espresso lo stesso tuo concetto: “Tuttavia non mi sono arreso e ho ripreso a scrivere. Qualche concorso con racconti brevi, e un blog così tanto per, senza grandi aspettative, e una grande occasione con un gruppo di scrittura su Anobii. Grande occasione perchè con loro ho capito alcuni dei miei limiti e altri, ne sono convinto, ne capirò. Per concludere auguro a tutti coloro che amano scrivere di non lasciarsi abbagliare da facili promesse. Il sogno, se tale deve essere, non deve diventare incubo.”
      Grazie per la tua considerazione Laura

  10. E’ anche peggio di così; l’incapacità di accettare la misura dei propri limiti è stata ribaltata in un “diritto” improprio, che però si rivendica come assoluto e si estende a tutto, dalle arti alla comunicazione. E non è più il prodotto che si afferma sul contenuto, ma il “diritto” a manifestarSi. Forse mi sono incartata pure io.

  11. Miriam ha detto:

    Un sublime esempio di come l’eleganza diventa scrittura, la vanità rende imbecilli… Così come la superbia partì a cavallo e tornò a piedi, così come chi si scotta con l’acqua calda ha paura pure di quella fredda, così funziona la vita! proverbi, detti, luoghi comuni a gogò. Però sono contenta di leggere l’eleganza struggente di Leonardo, complimenti ancora!
    🙂

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