CAP.6 – AL CUOR NON SI TARANTOLA: STORIA SEMIBREVE DI UN BECCHINO GENTILUOMO E DEL SUO GIOVANE AIUTANTE

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10 thoughts on “CAP.6 – AL CUOR NON SI TARANTOLA: STORIA SEMIBREVE DI UN BECCHINO GENTILUOMO E DEL SUO GIOVANE AIUTANTE

  1. Un palloncino nutre le mani dell’anima. Un altro custode,questa volta del regno dei morti, entra nel racconto. Anch’esso come il vecchio editore è caratterizzato dal bianco, il colore alchemico degli iniziati, che nella lavorazione della materia, segue il nero a conferma di un processo in atto. Editoriale e di vita, personale e collettivo. Un processo, confermato dallo stato delle cose conosciute, degenerativo, che però, dalle intenzioni espresse dall’autore, viene offerto ai lettori come materia di riscatto. Starà a noi, penso, alla fine di questo lungo processo scoprire/verificare le successive (nostre) colorazioni.

  2. Miriam ha detto:

    Mi piace proprio tanto il modo di “sdrammatizzare” il dramma, quello della malattia, quello della poesia… Leonardo Fiasca è come se non prendesse nulla sul serio, come se tutto fosse “alla leggera” e questa in uno scrittore, secondo me, è una bellissima caratteristica!
    Complimenti 🙂

  3. Emanuele ha detto:

    Caro Leonardo, m’ero ripromesso una parte di avvocato del diavolo, un occhio ipercritico a bilanciare la messe di elogi che ti sta arrivando e che rischia di diventare stucchevole e persino controproducente. (Anche se ho trovato qualche voce critica, su Facebook, che ti taccia d’invasivita’ – argomento interessante, da sviluppare altrove).
    Ma comincero’ un’altra volta: questo capitolo e’ veramente bello. Addirittura, e non vorrei suonare enfatico, riconcilia con la letteratura: ovvero, ispira.
    La leggerezza di cui parla Miriam non e’ atta a sdrammatizzare il dramma (come si puo’?) ma e’ la chiave per renderlo sopportabile al lettore; per trarre un po’ di oro dal fango; per renderlo, infine, tanto piu’ vero e commovente.
    Ma la leggerezza non significa prendere tutto alla leggera, tutt’altro: e’ piuttosto l’ultimo artificio dell’intelligenza. Essendo la materia terribile, l’autore aveva solo una modalita’ di voce per non scivolare nel kitsch, qualcosa sottilmente a meta’ fra tragedia e commedia – e vi e’ riuscito.
    La frase finale (ma ce ne sono tante altre che hanno solazzato il mio senso estetico, cosi’ come l’architettura del racconto) e’ un piccolo capolavoro di chiusura, che non t’insegneranno mai nelle scuole di scrittura creativa.

  4. sara milla ha detto:

    Ho letto stamattina presto. Stavo per lasciare un commento che suonava così: okkei, è un colpo basso..Ma questo testo si merita di più. Mi aggancio a quello che dice Miriam sulla leggerezza: credo che il solo modo che uno scrittore abbia di far prendere sul serio la drammaticità delle sue storie sia quello di non caricarle affatto, di esporle facendole insieme camminare da sole. Di più, nonostante questo, Leonardo non è distante, è dentro la storia, dentro il dolore che diventa collettivo, dentro la costernazione e la sconfitta. Personalmente non avrei inserito il richiamo della bambina, lo avrei reso indiretto mantenendo l ultima immagine. Quella successiva chiude benissimo.

  5. Mimmo ha detto:

    Quanti temi in un racconto così breve. Lavoro, indipendenza, sogni, aspettative, ipocrisia, dolore, pietà. Ecco proprio alla Pietà ho pensato, mentre il protagonista lascia intendere la vestizione. Poi, infine, la bambina che è speranza e futuro. L’avvertimento in apertura, mi ha fatto leggere con apprensione e non ho gustato la leggerezza di cui si parla, so solo che lo letto d’un fiato.

  6. bello, un ritmo che mi piace

  7. Carlo Capone ha detto:

    ‎”Le uniche e piccole lanterne erano gli occhi della bambina, che si aggrappava al bordo della bara con le innocenti mani del gioco, e si affacciava come dal davanzale di una finestra per chiamare il papà che dormiva di sotto.”

    Stavolta mi sono commosso, dai. Grazie Leonardo Fiasca.

    Carlo Capone

  8. Laura Sica ha detto:

    Potrei guardare un uomo morto senza problemi, ma non gli occhi della figlia che lo cerca. Imprevedibile, Fiasca.

  9. Miriam Ravasio ha detto:

    “Prima o poi tutti dobbiamo vivere” Ho riletto per un ripasso aspettando la prossima puntata; c’è un po’ di Paasilinna ma “giustamente” privato dal delirio di Rabelais, da noi c’è più sabbia. A lunedì

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