CAP. 9 – AU REVOIR MARABEQUE

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26 thoughts on “CAP. 9 – AU REVOIR MARABEQUE

  1. Carlo Capone ha detto:

    Bello, bello bello l’attacco con scene di Africa. Trovo molto riuscita l’invenzione della Marabecca con relativo timor sacro del pozzo.
    Da bambino si andava a trovare dei parenti in campagna. Ricordo il cortile della casa in cui abitavano e una torma di ragazzini che giocavano con una palla. In un angolo lui, il pozzo. Malefico, ingannatore, ingoiatutto. A intervalli regolari qualcuno dei grandi si sporgeva da una veranda sul cortile e ammoniva di non avvicinarsi al pozzo, mi raccomando. Noi si inseguiva la palla come scalmanati e non ascoltavamo. Poi, per un dispetto del fato, la palla finì nel pozzo, ci accalcammo davanti e già si progettava di recuperarla quando dall’alto piovvero strilli in batteria. Conclusione: un pesante tavolaccio a copertura e addio giornata a inseguire il pallone. Io mi beccai anche due scoppole perchè ero tutto sudato. Alle tonsille non sta bene.

  2. oliviero ha detto:

    Capitolo di grande intensità; metafora impeccabile sulla società del malessere. Bravo Leonardo, bravo davvero!

  3. Carlo Capone ha detto:

    Società del malessere? ma no, stiamo così bene…..

  4. anna ha detto:

    Gli ultimi due capitoli li ho gustati davvero tanto, un intreccio di situazioni simpatiche e comunque sempre con annotazioni sociali intrinseche rilevanti. La tua scrittura è un intreccio di classico e contemporaneo. Ora però cresce la curiosità e aumentano gli indizi da valutare con attenzione. Tu non sei giovane come vuoi farci credere e neppure scrittore per diletto. Ci stai raccontando le vicissitudini letterarie prima del meritato successo e ti diverti a trasformare il tuo modo di scrivere per insinuarci il dubbio. A proposito, leggeremo le poesie in opera di stampa? Me lo auguro di cuore. 🙂

    • Ti dirò cara Anna: non sono vecchio come credo di sentirmi e neppure scrittore di letto. Credo ci siano solo vicissitudini in questo viaggio e nessun successo riconosciuto ( né mai credo ci sarà). Il merito in Italia è un concetto inesistente. Forse un giorno, ma alla fine, potrei anche cedere alla richiesta di pubblicare qualcuna di quelle poesie, ma avverto tutti: sono brutte, banali e addirittura insignificanti. Volete proprio che vi infligga questa tortura?

      • Corina ha detto:

        il successo? vendere tanti libri? vivere di quello?
        ho un amico che ogni settimana consegna 4 libricini, quelli che si vendono in edicola… uno erotico, l’altro un western, un noir/spie e per ultimo uno d’amore… tutti i nomi che usa c’entrano con il cognome reale… Louis Milk è uno… guadagna un sacco di soldi… e scrive sul serio per piacere….
        A me non piace la poesia, ma si, vogliamo anche quelle 🙂

  5. miriam ravasio ha detto:

    “La Marabecca è donna è nonna e madre, è essere di terra che sta nella terra e nutre, insegna, ammonisce; è folletto che risorge infinitamente alle stagioni di nuove vite. Ogni popolo la riconosce e la nomina perché necessaria al limite che separa lo scuro dalla Luce. Parole terribili si nascondono in un racconto di storia popolare; un urlo che mette in fuga la pace domestica dei ricordi. In quel pozzo scese l’empietà della retorica corrotta dal consenso. Nacque l’evento sulla tomba di Alfredino.”

    • La vicenda di Alfredino Rampi è esemplare e segna un passaggio critico nella cultura del nostro Paese: la produzione emotiva che si trasforma in merce (ricordate i camion dei gelati o la speculazione proiettiva della stampa?). Quella “caduta” consentì di aprire la botola del pozzo in cui stiamo ancora scivolando.

  6. Andrea Sartori ha detto:

    Sì, nel pozzo stiamo ancora scivolando. Anzi, con un effetto caricaturale in più: c’è chi viene pagato per cadere nei pozzi, ed essere intervistato sul fondo. Un evento concreto, accaduto realmente, è stato svuotato di significato, banalizzato, raccontato e riprodotto senza il pudore che permette raccoglimento e rispetto. Una caratteristica di quegli anni, ma ancora più dei nostri, perchè recidivi, è l’appiattimento dell’emotività a uso e consumo di un format, di una griglia sentimentale anonima e spendibile in qualunque contesto. Mi sembra che invece il racconto di Leonardo, con quel tocco nostalgico della memoria e la sua ansia trattenuta di venire a capo della proprie radici e della propria identità, restituisca a ciò che è stato una fisionomia umana, venata di ironia ma anche di pietà. I capitoli, e questo non fa eccezione, sono ricchi di immagini, da esplorare e da decifrare, da lasciar vibrare nella comprensione di ciascun lettore. Voglio dire: c’è modo e modo di lavorare con le immagini, di proporle al pubblico. E in questo caso il controllo sintattico e lessicale le rende preziose, tutt’altro che uno sfogo idiosincratico. Eppure personali. Difficile, in una società in cui il ruolo dell’immagine è degenerato, chiamare in casua quest’ultima senza assimilarla a modelli già noti, iper-sfruttati, per lo meno dal momento in cui la vicenda di Alfredino divenne materia di una diretta televisiva che dura ancor oggi. Non so se si possa parlare di auto-fiction, nel caso di Fiasca: direi comunque che è lo stile sorvegliato a tenere a bada quel “priapismo dell’io”, il cui rischio si annida spesso nelle scritture in prima persona, in un’espressione del vissuto che per lo più coincide con l’urlo, con la concitazione sudaticcia di chi crede di dover testimoniare chissà cosa, e non s’accorge d’esibire solo sè e il proprio narcisismo. Insomma, in questo capitoli, secondo me, s’apprezza la cifra individuale di un racconto misurato, davvero letterario, sincero ma… con “metodo”.

  7. Critica Impura ha detto:

    Mah, non è proprio sempre sorvegliato, lo stile, se già nell’incipit si ravvisa uno sfregio pronominale che non mi si dica voluto altrimenti cambio canale.
    Il problema al fondo è che, come nell’episodio del coinvolgimento massmediale seguito alla vicenda di Alfredino Rampi, ognuno parla da un pozzo su cui pretende puntati i riflettori. Lo stesso Fiasca, che Fiasca non è, per questa pretesa e protesa sospensione identitaria e di giudizio (suo, nostro, altrui) tiene incollati i lettori alla risoluzione finale dell’elencatio, alla suspance del “chi sarà”, al desiderio di “nomi e cognomi” da rivelare, fuor di metafora (metaletteraria), in primis il suo.
    Ognuno ha il suo espediente, che in quanto letterario, è sempre poco sincero e per ciò diviene, appunto, metaletterario.
    In questo senso, il priapismo dell’io è qui presente a maggior ragione perché apparentemente non vi compare, e la sincerità, finché i nomi e cognomi non compariranno, finché questa letteratura non si disvelerà per l’enunciazione di un qui-ed-ora personalistico, più che personale, mi dispiace ma non vedo proprio dove sia se non nell’ammanto e nell’orpello disammantato e disorpellato in modo volutamente programmatico.
    Detto questo, che credo sia abbastanza, lo pseudofiasca scrive molto bene, ma purtroppo nell’intera operazione è la cosa che importa meno. Importerebbe di per sé, se non ci fosse la costruzione operazionale dietro che ricaccia queste pagine nell’ideologismo anti-xyz proprio affermando di tirarsene fuori.
    Allora, per far importare esclusivamente la scrittura, paradossalmente!, perché proprio tacendo i nomi, compreso il proprio, l’autore afferma di farla emergere mentre al contrario con l’alone di mistero extradiegetico non fa che affossarla nell’espediente massmediale, a maggior ragione in quanto l’anticipazione del volersi rivelare alla fine è nota da tempo come tattica da marketing strategico negli ambiti della sociologia della comunicazione: fuori i NOMI. E SUBITO.

    Sonia Caporossi

  8. Andrea Sartori ha detto:

    Non so come andrà a finire questa storia dei nomi, incluso quello del vero Fiasca. E’ una questione di marketing, d’accordo, ma credo che il testo possa essere valutato anche per come è in sè. Detto questo: lo stratagemma metaletterario dell’occultamento dell’identità semmai aggiunge, ma non toglie, purchè mantenga almeno in parte di ciò che promette. A me pare, ma dubitare è lecito, che qui non stamo discutendo della strategia commerciale occulta d’un gruppo editoriale, che tenta la furbata di creare scandalo per poter giudicare l’industria culturale dall’alto della propria “purezza”. Anch’io vorrei conoscere i nomi, ma se si aggiunge la conoscenza, nel dettaglio, delle innumerevoli vie della frustrazione, il loro peso specifico può essere ancora maggiore.

  9. Mimmo ha detto:

    Bah! A me chi possa essere in realtà il signor Fiasca importa poco:un nome vale l’altro, in questo caso. Quello che più mi attrae è la storia, com’è narrata, e il significato che da essa si può trarre. Mi diverte e desta in me immagini vissute in prima persona, ma anche di fantasia. Il pozzo/cisterna può avere molti significati psicologici ( così come il bosco e quant’altro…), tanti quanti ognuno per conto suo e per proprie esperienze c’è ne vuole trovare. Questo capitolo mi ha ridestato momenti dell’infanzia vissuta pericolosamente tra “pirrere” (cave di tufo a cielo aperto), e pozzi incustoditi nelle campagne intorno alla mia città natale, e non c’era Marabecca che fermasse me e i miei compagni di avventura. Bellissimo l’iniziale riferimento ai bambini e alla terra d’Africa, dove la vita è vissuta libera dai condizionamenti del progresso divenuto tiranno delle società così dette evolute. Ancora complimenti signor Fiasca e grazie.

  10. Miriam Ravasio ha detto:

    Rinunciamo ai nomi. rinunciamo alle firme; è un atto dovuto a certe azioni “pure” divenute impure per (e rubo l’espressione ad Andrea) un patetico “priapismo dell’io” . Esercizio contagioso che dalle gesta del Multiplo si è esteso al triste sottobosco delle corti miracolose. Questo capitolo è particolarmente forte e il manifesto grafico tagga più delle citazioni; un’architettura superba

  11. Critica Impura ha detto:

    Per la cronaca: a me di sapere i nomi non frega nulla. La provocazione finale del mio intervento serviva a sottolineare l’esistenza di qualcosa di profondamente metaletterario, giacché ho già affermato che Mister X scrive molto bene, ma non è quello il punto.
    Io credo infatti che egli prometta già più di quanto possa dare. Egli critica nel contenuto della sua scrittura un sistema che alla fine reduplica semplicemente utilizzando altri canali. A cominciare dall’uso di slogan pubblicitari (“Il primo blog ad interim” ecc.) e da certi mezzi metaletterari per raggiungere il lettore, come l’identità taciuta che verrà svelata “all’ultima puntata”.
    Al Sistema non si sfugge, a meno di non andare ad ingrossare il gregge di coloro che vogliono stare fuori dal gregge.
    E la questione non è solo sociologica, ma esistenziale.
    Oggi di puro inoltre non c’è niente, la purezza è falsa, insincera, ingannevole, posticcia.
    Meglio impuri, se l’impurezza significa sporcarsi le mani e rendersi conto che quanto si tenta ancora non è abbastanza, come io stessa faccio tutti i giorni, credete a me.
    Quanto al resto, ribadisco, la sua scrittura è profondamente meritevole.
    E di pubblicazione.

    Sonia Caporossi

    • “Egli critica nel contenuto della sua scrittura un sistema che alla fine reduplica semplicemente utilizzando altri canali. A cominciare dall’uso di slogan pubblicitari (“Il primo blog ad interim” ecc.) e da certi mezzi metaletterari per raggiungere il lettore, come l’identità taciuta che verrà svelata all’ultima puntata”.

      Cara Sonia, quello che dici è formalmente condivisibile, ma nella sostanza dell’intera iniziativa – per quanto mi riguarda – bisogna considerare mille componenti altrettanto valide e altrettanto difendibili. Diciamo che ho scelto “un approccio omeopatico”: curare il sistema – ma dire curare è azzardato, giacché è impensabile rimettere in piedi un cadavere – con piccole dosi dello stesso male. Magari ne resuscito un mignolo o qualche follicolo pilifero, sarebbe comunque un successo. E’ un esperimento anche questo. Giusto o sbagliato, sarà il tempo – e non certo io – a dirlo.

  12. Carlo Capone ha detto:

    Doktor Frankeinstein, ci risiamo col vizietto eh? d’altra parte per resuscitare quel sistema i suoi fulmini ci vogliono, eccome che ci vogliono, specie alla luce dei recenti gossip 😉

  13. sara milla ha detto:

    Questo capitolo mi piace molto, parola di lettore. Perchè lo vedo, perchè lo condivido, perchè è chiaro, pulito.
    Sono i commenti che non mi convincono.

  14. Emanuele ha detto:

    Davvero un bel pezzo. Forse il migliore, fin qua. L’inesplorabile dignita’ delle curve delle donne africane m’e’ rimasto impresso sopra tutto e m’ha gradevolmente accompagnato in questi giorni. (Amo un certo piacere nabokoviano dell’aggettivazione). E i ritorni, i richiami, ancorche’ le metafore (che m’interessano molto meno delle immagini, delle similitudini, delle virgole). Ma le osservazioni di Critica Impura sono altrettanto precise e interessanti. Anch’io non capisco: in che modo intendi resuscitare un mignolo eccetera? In che senso?
    Per me, almeno fin’ora, il significato di “Volevo fare l’attaccante” non e’ sociale, ma artistico, e’ quello comunissimo di proporre e condividere un testo con una comunita’ di lettori, attraverso (anche) una serie di espedienti retorici quali quelli indicati da Critica.
    Se questa storia si trasformera’, come suggerisci (ma forse e’ un altro espediente) in “attacco al sistema”, dovrai per forza fare nomi e cognomi: altrimenti restera’ fiction, e non solo non resusciterai mignoli, ma rischierai un poco elegante balletto col cadavere.

    • Penso al ballo di “eyes wide shut” come metafora del tutto e niente. Mi commuove il “piacere nabokoviano dell’aggettivazione”. Cercherò, senza fingere naturalezza, di restare elegante sino alla fine. E se per qualche motivo dovessi sbagliare un calcio di rigore “non è mica da certi particolari che si giudica un giocatore”…

  15. Laura ha detto:

    Bella la riflessione sui cinquantenni. Ci si potrebbe scrivere un altro libro considerate le conseguenze.

  16. Miriam ha detto:

    Questo capitolo è quasi fiabesco, la nonnina è dolcissima… Le immagini d’Africa sono affascinanti, la Marabecca sembra una specie di arpia! un pò come una fiaba che avevo inventato da piccola (amavo scrivere ed inventare fiabe) come sempre ho molto apprezzato la tua scrittura Leonardo, sei veramente bravissimo, non c’è che dire. Purtroppo non ricordo di Alfredino Rampi perchè non ero ancora nata, ma ho avuto modo di approfondire l’argomento e credo sia stata una delle vicende più tristi in assoluto… I commenti dei lettori sono molto interessanti e mi piace leggere anche quelli 🙂 La foto mi ha commosso: il sorriso del piccolo Alfredino è pieno di gioia di vivere e allegria, chi avrebbe mai potuto immaginare il suo tragico destino, vedendolo in quella foto?

    • Grazie Miriam, pare che la generosità abbondi in questo blog. La tua giovane età accende una fiaccola di speranza e illumina il vagone. Lasciando perdere gli elogi, credo che il miglior attestato di stima sia la costanza di tutti.

  17. Miriam ha detto:

    Senza speranza non si potrebbe vivere… 🙂

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