Archivio mensile:gennaio 2013

IL RITORNO DI FIASCA

23 gennaio 2012. Un altro anno era cominciato e io mi ritrovavo nuovamente senza un lavoro e soprattutto con una barca di rifiuti per il mio dattiloscritto. Rifiuti come quando mi scrivevano che ero un autore da evitare, uno dallo stile e dal linguaggio pessimi; rifiuti figli dell’illusione più perfida: “firmiamo il contratto”,  salvo poi ritrattare e dire che l’email non fosse mai stata scritta per me. Oppure rifiuti che poi erano anche grandi silenzi, “lettere a nessuno”, indifferenza volgare e assassina.

Frattanto i giornali si riempivano di gente nuova, ventenni tutta spocchia che esordivano con i marchi che io sognavo di notte (e anche durante il giorno, in verità): casi letterari, linguaggi nuovi, fenomeni destinati a secoli di successo. Allora mi armavo di fervida curiosità, pronto a piegarmi all’inchino se fosse stato necessario.  Andavo in libreria e me li ritrovavo tutti in bella mostra, lì, falsi nell’ accogliermi, con la menzogna di titoli esplosivi e copertine aggressive. Uno a caso – dicevo – vediamo che scrive. Poi ne prendevo un altro, e poi ancora un altro. E sfogliavo quelle pagine con la rabbia matta di volerle strappare in faccia al libraio o a chiunque m’avesse detto:- sa, è un gran libro!.  Già, un gran libro. E l’invenzione di Joyce, la scrittura di Bufalino, la profondità di Sciascia? Dov’erano quelle qualità per cui un libro è veramente un libro?  Porco mondo infame: tutte storielle masturbate, confezionate a metro col nastro adesivo degli assorbenti, scritte, pardon riscritte, per la compiacenza di un mercato compiacente e supino. Ahimè, mi salvava la ragione: se l’avessi fatto (di spaccare tutto) avrei dovuto pagare e in qualche modo mi sarei reso complice di un successo. Allora c’erano due strade: impazzire del tutto e finire i miei giorni in qualche struttura psichiatrica oppure inventarmi qualcosa. Premetto per dovere di morale: a me impazzire fa paura più di quanto non mi facciano paura gli stessi pazzi. È una cosa orribile la pazzia, addirittura triste;  una cosa scura e amara per cui la vita perderebbe di colpo la sua bellezza. Capirete quindi che ho scelto la via dell’estro. E l’ho percorsa con forza perché credo sempre in un Dio compensatore, in uno che a un certo punto ti prende per i capelli e ti illumina gli occhi col suo fiato. Io – vi giuro – non l’ho ancora visto, ma credo che anche da morto lui possa venirmi incontro.  Fidatevi. C’è.

 Ecco, l’attaccante è nato proprio così: dalla necessità di non impazzire e di vedere Dio (grande forma di presunzione). Ho pensato allora a cosa avrei potuto raccontare e meglio non ho trovato che la mia storia. In quello che poi è stato un treno sono saliti molti passeggeri. Alcuni sono rimasti, altri sono scesi. Altri ancora hanno visto passare il convoglio da lontano specchiandosi nei finestrini delle loro roulotte d’avorio. Non importa, la vita è persino questa: una sordida puttana che ti ammicca dalla vetrina di un bar oppure una stazione di arrivi e di partenze, dove l’unico punto fermo rimane il giornalaio che invecchia con le sue notizie.

Durante quest’anno è successo tanto e niente: tanto perché comunque ho potuto continuare a scrivere con l’impegno di dover puntualmente e umilmente servire il lettore; tanto perché ho conosciuto persone autentiche e genuine e tanto perché ho occupato un tempo altrimenti destinato alla depressione. Invero c’è un altro lato della medaglia, ovvero quel niente: m’aspettavo infatti un movimento più corale di diffusione, una presa di posizione incondizionata, la costituzione di un gruppo di intellettuali che, prendendo spunto dal blog, potesse in qualche modo ribaltare l’andazzo e ribellarsi all’oziosità e alla sudditanza culturale. Se così non è stato non bisogna necessariamente trovare un colpevole. La colpa, a volte, è colpa di se stessa. Poi, a un certo punto, verso la fine di ottobre ho rischiato di morire, di vedere anzitempo quel “Dio beffardo” di cui parlavo prima. Sono stato privo di sensi per oltre una settimana, in un ospedale straniero, convinto di  combattere contro un enorme mostro marino. Alla fine ho vinto, sono vivo, vivente, ma il mio punto di vista sulle cose è inevitabilmente cambiato. Oggi me ne infischio di inveire contro gli editori e l’editoria, contro quelle marionette isteriche e nevrotiche che vantano medaglie sulle natiche, contro chi pubblica perché promosso da poteri occulti e sotterranei (e ditelo: poteri occulti e sotterranei). Farlo ancora, infatti, ne varrebbe della mia dignità d’uomo e di Scrittore. Basta allora. Da oggi “volevo fare l’attaccante” diventa finalmente un blog a tempo indeterminato, dove il grande goal sarà il talento del popolo, dove si parlerà di costume, società e cultura in modo raffinato e letterario. Senza alcuna forma di impegno settimanale gli articoli nasceranno con assoluta imprevedibilità.  Ci saranno racconti miei e di chi vorrà farne dono; si presenteranno artisti e opere inusuali; si farà conto, insomma, di rispondere all’indifferenza con le sue stesse e precise armi: l’indifferenza, appunto.  E se qualcuno vorrà unirsi a questo nuovo coro ci sarà sempre posto per cantare. Siete dunque pronti? Fiasca è tornato …