ROSELLA POSTORINO – IL CORPO DOCILE –

IL CORPO DOCILE

Ha gli occhi neri e profondi come le notti in Aspromonte, la fronte ampia e un sorriso istintivo che genera intelligenza nelle parole che lo seguono. Il suo cognome ricorderebbe per assonanza uno di quei vezzeggiativi che si scambiano gli innamorati nelle varie fasi del giorno. E’ colta, raffinata e ipocondriaca quel tanto che basta per inserirsi di diritto nella categoria degli artisti con vocale maiuscola.

Qualche anno fa abbiamo trascorso insieme un bel pomeriggio romano chiacchierando di libri e letteratura. Ci siamo salutati con una sincera stretta di mano e baciati sulla guancia come è d’uso fare fra amici sebbene la nostra fosse ancora una conoscenza superficiale. Ma lei è così: solare e aperta alla vita pur mantenendo una serietà e una compostezza militari.  Se oggi le rivelassi la mia vera identità rammenterebbe di certo l’episodio, ma poiché ciò non ha – e non deve avere – una rilevanza pubblica  sottolineo ai lettori che la stessa ha accettato di rispondere alle domande di quest’intervista senza sapere chi sia Leonardo Fiasca, fidandosi soltanto della qualità e del rigore intellettuale dimostratele nel corso di un’amichevole corrispondenza. Lei è Rosella Postorino, una delle voci più intense e autentiche della giovane narrativa italiana. In occasione dell’uscita del suo nuovo romanzo, “Il corpo docile” (Einaudi Stile Libero Big), ci onora della sua preziosa parola rendendo unico quanto segue.

Milano, 23-02-2007 Rosella POSTORINO, writer photo: © BASSO CANNARSA
 

Rosella, ritorni in libreria proprio in questi giorni e lo fai con una proposta spiazzante già dal titolo: Il corpo docile. Partiamo appunto da questo con un doveroso rimando al filosofo francese Michel Foucault. Nel suo saggio Surveiller et punir: Naissance de la prison, Foucault parla del corpo docile quale condizione del recluso che, sentendosi controllato anche quando in effetti non lo è, interiorizza o sembrerebbe interiorizzare il concetto di ubbidienza alle regole. La protagonista di questo romanzo, Milena, nasce e vive in un carcere fino all’età di tre anni. Una sorta di “imprinting forzato e costretto” che rivela successivamente tutte le sue conseguenze. Cosa vuol dire per una scrittrice far nascere il proprio personaggio in un carcere?

Vuol dire farlo nascere nel luogo deumanizzante per eccellenza. Nel luogo in cui ogni diritto umano è sospeso. Tutta la retorica del valore di ogni singola vita umana è contraddetta dall’istituzione carceraria, così come lo è, per esempio, dalla guerra. E questa negazione dei diritti passa per il corpo, perché passa per il razionamento alimentare, per l’umiliazione del bisogno sessuale, per l’isolamento imposto. I corpi docili sono corpi addomesticati. Non lo sono solo i corpi della galera: ogni potere si esercita sui corpi.

Milena, la mia protagonista, nasce in quel posto dove anche i bisogni primari sono disattesi, dove l’orizzonte è sempre un muro, dove tua madre non può proteggerti, è indifesa come te. Come si fa, da adulti, a sentirsi umani, a sentirsi degni, a non sentirsi sempre minacciati, quando si nasce e si cresce fino a tre anni in un posto così? Era questo che volevo provare a immaginare. Come si fa a uscire dalla gabbia quando la gabbia diventa l’unica tana, l’unico riparo? Il corpo di Milena è stato un corpo docile, il corpo di un’innocente che sconta una colpa non sua, un corpo infantile passibile di violenza. E nello stesso tempo è oggi un corpo che non si conforma, che scardina le regole. «Non si vomita davanti agli sconosciuti», dice Milena, ventiquattrenne, al giornalista Lou Rizzi subito dopo aver vomitato davanti a lui. L’incepparsi continuo del suo corpo, questo scacco che la fa sentire inadeguata e colpevole, è in realtà una forma di resistenza, la sua ribellione alla docilità dei corpi – efficienti, levigati, produttivi – che la società impone.

La stanza, la ‘ndrangheta, la cella: nei tuoi romanzi ritorna di frequente il tema della gabbia quasi quale metafora dell’asfissia del vivere, della mancanza di uno spazio ampio che poi è soprattutto lo spazio della mente. Tutti i personaggi cercano una via di salvezza e, non a caso, sono donne. C’è anche una via di salvezza per la scrittrice e donna Rosella Postorino ammesso che avverta o subisca la stessa condizione dei suoi personaggi?

Mi fa piacere che tu mi abbia posto questa domanda, grazie.

È proprio così. Tutti i miei personaggi oscillano tra il desiderio di astenersi dalla vita e la volontà di entrare a far parte del mondo. Tra il bisogno di essere visti, riconosciuti, accettati, e lo sforzo di restare invisibili, marginali e quindi protetti. Tutti si portano addosso, in modo diverso, l’eredità della propria famiglia, un peccato originale che non si può lavare, e dal quale non ci si salva, in fondo: si può solo riconoscerlo per quel che è. Non credo che Milena si sentirà mai salva, e del resto nemmeno io. Nessuno alla fine si salva, altrimenti sarebbe morto. Esistono spiragli di luce, però, certo. Il senso di pienezza della scrittura. La sorpresa dell’incontro con gli altri.

Un corpo ha sempre un suo linguaggio. E la docilità non è affatto sinonimo di ubbidienza. Tu da scrittrice a cosa ubbidisci quando inizi la stesura di un nuovo romanzo? Hai dei rituali, anche fisici, a cui ti sottoponi?

Per scrivere, devo chiudermi in una stanza, da sola, e in silenzio. Nella stanza deve esserci una finestra, anche piccola. Mi serve avere tutta la giornata davanti, altrimenti non mi metto nemmeno al computer. Non direi che sono rituali, è una questione di concentrazione.

Ho iniziato questo romanzo in Liguria, d’estate, in una stanzetta che era un vecchio studio infestato da zanzare enormi, la citronella accesa mi ha quasi intossicata, ha annerito la tastiera del mio macbook bianco e nuovo, ma non ha impedito alla mia faccia di riempirsi di bolle che prudevano terribilmente. Ho scritto il romanzo in tre anni, a Roma, nei weekend, ma anche ad agosto e a dicembre in una casa con vista mare che mi hanno prestato degli amici in Liguria. L’ho pressoché finito la scorsa estate, in un monolocale affittato nel VII arrondissement di Parigi, dove per la prima volta ho avuto il coraggio di parlarne a persone al di fuori dalla casa editrice, soprattutto ai tassisti che mi portavano in giro per la città.

Lo stato in cui versa oggi l’editoria nazionale è drammatico. Si guarda sempre più all’esito commerciale di un libro che all’effettiva qualità della proposta. Tu, che certamente collochi le tue opere fra coloro i quali tendono a produrre sensazioni letterarie dense e durature, come valuti il fenomeno? C’è ancora speranza per la letteratura o bisogna rassegnarsi ad andare a caccia di alghe bianche negli abissi?

L’editoria è un mercato, e da questo purtroppo non si può prescindere. È difficile da accettare, per noi scrittori, ma è così. Detto questo, sono sicura che l’obiettivo di ogni editore sia quello di scovare e pubblicare libri che uniscano qualità letteraria e potenziale di vendita, anche se è un’impresa faticosissima. Credo fosse così anche ai tempi di Pavese, che non a caso nel ’46 dissuase Calvino dal pubblicare i suoi racconti («Io speravo di fare un librettino di racconti, tutto bello pulito stringato, ma Pavese ha detto no, i racconti non si vendono, bisogna che fai il romanzo»). Non mi sconvolge che ci siano autori che arrivano subito al successo con i cosiddetti romanzi «facili» (quelli che non spostano la prospettiva del lettore, ma la adottano conformisticamente, senza produrre quello scarto che di solito si chiede alla letteratura e quindi, a lungo andare, generano un vero e proprio danno culturale) e autori che invece devono attraversare l’inferno prima di essere riconosciuti per quello che valgono (penso, per esempio, ad Antonio Moresco). Quello che mi sconvolge è che i lettori, e spesso anche la critica, sembrino ormai quasi disabituati a identificare le differenze tra gli uni e gli altri. Quello che mi preoccupa è che tutti siano livellati dalla parola «scrittore».

Tornando al tuo romanzo: a un certo punto Milena si innamora di un giornalista ambiguo o forse solo interessato a estorcerle alcune verità. Quando l’amore diventa una minaccia e quando può essere una decisiva via di salvezza?

Il giornalista Lou Rizzi non vuole estorcerle alcuna verità, anche se Milena teme proprio che lui possa sapere tutto, scoprire in lei la bambina partorita in galera, la figlia della galeotta, la detenuta. Questa è la sua tara, la sua vergogna. Il desiderio per lui, la prima persona al di fuori del contesto della prigione, è una novità che la spaventa. Potrebbe essere una spinta centrifuga capace di liberarla dal suo mondo claustrofobico, la finestra da cui scappare ed entrare finalmente nella vita, se solo lei non lo temesse come la più pericolosa delle minacce. In realtà Lou Rizzi non vuole sapere nulla di lei, vuole Milena e basta, la desidera. Non le chiede in consegna nessuna storia. È Milena che crede di dovergli consegnare la propria, è lei ad avere questa idea dell’amore. L’idea sciocca e inevitabile di metterci nelle mani dell’altro, col rischio che possa anche farci del male, l’idea di poter essere salvati dall’altro. L’amore è esattamente questo confine tra protezione e violenza. Ogni forma d’amore lo è. È sempre minaccioso, perché implica mettersi a nudo, rendersi vulnerabili. Ed è sempre salvifico, perché nulla più del contatto tra i corpi ci illude di non essere soli, ci dà gioia, ci consola. Ma non è in definitiva nessuna delle due cose. L’amore come salvezza è un’idea che ci hanno trasmesso tanto le fiabe quanto la religione cattolica. Il romanzo, non a caso, gioca in modo irriverente con entrambe.

Le tue origini meridionali ti offrono senza dubbio un parco di infinite possibilità da cui attingere. Pensi che in futuro tornerai ancora a parlare di sud?

Al momento non sto pensando a un nuovo romanzo, quindi non so niente. Se posso confessartelo, però, sono contenta di aver ambientato la storia di Milena a Roma. Prima di farlo, pensavo di essere riuscita a parlare del Sud dove sono nata (ne L’estate che perdemmo Dio) ma anche del Nord dove sono cresciuta (ne Il mare in salita) solo perché avevo lasciato entrambi. Invece, prima durante e dopo Il corpo docile, la mia casa è stata ed è ancora a Roma, una città che oggi vedo per quello che è, come accade con ogni luogo che ci appartiene. E al momento non penso di andarmene.

Per finire ti chiedo una frase del tuo libro, quella che ti ha colpito di più quando l’hai scritta.

«Il carcere porta il lutto per me». Perché mi fa paura.

Grazie Rosella, che il Dio degli scrittori ti sia sempre fedele. 

 
 
 

Rosella Postorino ha esordito con il racconto In una capsula, incluso nell’antologia Ragazze che dovresti conoscere (Einaudi Stile Libero 2004). Ha pubblicato i romanzi La stanza di sopra (Neri Pozza 2007, selezione Premio Strega, Premio Rapallo Carige Opera Prima), L’estate che perdemmo Dio (Einaudi Stile Libero 2009, Premio Benedetto Croce e Premio speciale della giuria Cesare De Lollis), la pièce teatrale Tu (non) sei il tuo lavoro (in Working for Paradise, Bompiani 2009), Il mare in salita (Laterza 2011) e Il corpo docile (Einaudi Stile Libero, 2013).

Un ringraziamento speciale va al fotografo Basso Cannarsa, autore di questi meravigliosi ritratti che colgono l’essenza e lo spirito della scrittrice. 

 

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One thought on “ROSELLA POSTORINO – IL CORPO DOCILE –

  1. dario banaudi ha detto:

    una delle migliori voci (voci chiare , essenziali, consapevoli e..pensanti) …. brava Rosella! ami Roma , ma la liguria di Boine ,Calvino, Biamonti, Sbarbaro… ce l’hai dentro

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